Berlino, cronaca di una gita che si trasforma in gara di solidarietà


martedì, 04 giugno 2019

Itis, cambiare sguardo

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Solitamente siamo abituati a leggere articoli o vedere servizi televisivi che ci descrivono giovani sempre più violenti, privi dei valori fondamentali e impassibili di fronte ai più deboli. Troppo spesso siamo di fronte a situazione di emarginazione e bullismo, termini che sono diventati quasi una quotidianità anche nella nostra realtà ‘protetta’ di provincia. Fortunatamente siamo qui a dimostrare che la parola interclusione non è una chimera ma è realtà ed è nata e cresciuta proprio da loro: dai ragazzi. Stiamo parlando di un gruppo di studenti che frequentano l’ITIS Lirelli di Borgosesia, che, accompagnati da alcuni docenti, sono riusciti a esaudire un loro grande sogno: andare in gita scolastica a Berlino. Tra questi studenti c’è anche Alessandro, un ragazzo sempre allegro, divertente e positivo, a tratti cocciuto, appassionato di basket. Alessandro ama il mare, il gelato al pistacchio e come la maggior parte dei suoi coetanei odia studiare letteratura. Ale, come lo chiamano i suoi amici, è un ragazzo speciale: infatti, compirà 18 anni al suo arrivo a Berlino e la sua famiglia con i docenti e il suo educatore gli hanno preparato una festa a sorpresa con tutti i suoi compagni di gita. Ci siamo dimenticati di dirvi, poiché chi lo conosce bene e lo frequenta non si ferma a questa descrizione, Alessandro è un ragazzo disabile. Ale non può comunicare nello stesso modo dei suoi compagni e non può camminare come loro, ma come per loro, se non forse con maggior forza, questa gita era un sogno.

Purtroppo a Berlino ci siamo imbattuti in una città inefficiente sul tema delle barriere architettoniche e dell’accoglienza per persone come Ale: spesso l’accesso con ascensore alla metropolitana non era segnalato, quando non del tutto inesistente. In quei momenti, in modo spontaneo, i ragazzi in gita si offrivano, facendo quasi a gara, per spostare Ale di peso e superare le rampe di scale o salire sui mezzi. Non era necessario chiamarli: appena c’era una difficoltà logistica, accorrevano per aiutarlo e superarla insieme. Credo che vedere questi giovani fare a gara per aiutare un ragazzo diverso, mangiare e festeggiare con lui, farlo sentire uno di loro sia una grande conquista e motivo d’orgoglio per tutti.

prof.ssa Silvia Banfo

 

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